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L'Hotel-Ristorante
La Rupe viene costruito dal nulla su di uno sperone roccioso, laddove
il fiume Calore s’insinua tra le gole più impervie
di Gorgonero, a nord/est della Civitas Laurini.
Una iniziativa fortemente voluta da Mario Filizzola e dalla moglie
Grazia. Il primo, uomo del Cilento testardamente legato alla sua
terra, per continuare la tradizione di famiglia nella ristorazione,
la seconda, moglie e madre amorevole per seguire con dedizione assoluta
il marito nella coinvolgente avventura.
Mario, quarto di sette figli, aveva trascorso l'infanzia e l'adolescenza
tra i tavoli della locanda che la mamma, per tutti zia Maria, aveva
creato a Laurino subito dopo la Grande Guerra, quando il fervore
della rinascita aveva il valore del riscatto; l'affrancamento dalla
miseria più nera.
Quando mamma Maria ravvivava la brace che luccicava sotto il "tiano",
già odoroso di succoso condimento, che troneggiata nel bel
mezzo del caminetto, suo marito Alfonso, carrettiere, aveva già
percorso, con il suo "traino", i polverosi carraturi verso
l'avventuroso viaggio per raggiungere Salerno.
Il menù si arricchisce dei salumi tradizionali confezionati
da Grazia, del baccalà con aromi di montagna, dallo spaghetto
al sugo di trota del Calore e di tanti piatti tradizionali della
cucina Cilentana di cui, ormai, si è perduta traccia.
Due primi posti conquistati nel concorso per la migliore Cucina
Cilentana ripagano Mario e Grazia degli enormi sacrifici profusi
nell'impresa.
E’
l’occasione più importante che impegnava tutta la famiglia,
era la festa di S.Elena, il mese di Maggio, quando nella piazza
principale Alfonso deliziava grandi e piccini con gelati e granita.
Il gelato che, come d’incanto, sorgeva dalle “cupete”,
profumato e delizioso nei suoi aromi genuini; la granita, che gli
sciroppi naturali coloravano come l’arcobaleno, si materializzava
a forza di grattare i blocchi di ghiaccio che, a dorso di mulo,
arrivavano direttamente dalla vetta più alta del monte Cervati.
Mario osserva e impara. Dimostra grande affezione per il mestiere
di tattore. Mamma Maria prepara il "soffritto", confeziona
gli inimitabili "muglitieddi", impasta montagne di "cavati"
e "fusilli; Mario ne assimila ogni segreto.
Quando la sua creatura, il Ristorante "La Rupe", è
una realtà; tutto quello che aveva appreso da mamma Maria
e gelosamente custodito lo mette in pratica. La Rupe, come prevedibile,
diventa punto di riferimento per ogni buongustaio che ha la ventura
o decide di fermarsi a Laurino; è d’obbligo un salto
da Mario e Grazia. Improvvisamente un crudele destino decise che
Mario non dovesse godere della giusta ricompensa per tanti sacrifici:
era l’anno 1982, il Ristorante “La Rupe”, ovvero
il sogno di una vita, attraversava il momento di maggiore fulgore.
Sembrava tutto finito. Così non era!.
La storia riproponeva il suo copione, perché tra tavoli del
ristorante c’era un altro bimbo che sgambettava gioioso e
attento a quanto accadeva.
Come suo nonno, carrettiere e ambulante, il piccolo Alfonso è
pronto, anche se ancora troppo giovane, a prenderne il testimone,
ripercorre il difficile cammino di papà Mario. La mamma Grazia
ha un ruolo fondamentale in questo sempre più difficile e
tortuoso cammino; si dedica al lavoro con ancora più abnegazione
perché è cosciente che ha un ruolo in più.
La
tradizione è, faticosamente, rispettata. Anzi Alfonso è
riuscito a coniugare la tradizione con l’innovazione (frutto
di continui aggiornamenti nei meeting formativi tenuti da i migliori
chef italiani) proponendo i prodotti più genuini coltivati
nel Parco Nazionale del Cilento in forma personalizzata.
Mutuando dalla rigorosa tradizione culinaria cilentana l’arte
dei piatti poveri, arricchendoli della fantasia naturale della tradizione
di famiglia.
La svolta della vita, Alfonso, la conosce quando incontra Magoscia,
una splendida ragazza polacca ,con la quale, ormai da quasi dieci
anni, condivide la gestione della “Rupe”. Madre affettuosa
di due splendidi bimbi: Mario (manco a dirlo) e Grace.
E’ lei che ha portato quel tocco europeo che, sulle solide
basi della tradizione, allarga gli orizzonti all’innovazione.
Magoscia cura i particolari, li personalizza, ravviva la sala, crea
un rapporto di particolare simpatia con gli avventori, mentre Alfonso
si destreggia tra i fornelli.
Così alla “Rupe” si ripropone la “tradizione”;
si ravviva il fuoco sotto il “tiano”,
l’avventore si sente come se fosse a casa sua, in famiglia,
affacciati al balcone del ristorante per ammirare lo splendido paesaggio
del fiume Calore che scorre in fondo al dirupo aspettando soltanto
l’invito :“tutti a tavola”!
In cucina si sente un sommesso rumore di pentole, sembra pure di
immaginare il “tiano” gorgogliare nel caminetto e la
mente rincorre il pensiero al passato e anche al futuro. Quale futuro
per la “Rupe”.
Poi lo sguardo dell’avventore, quasi meccanicamente, guarda
la sala e incrocia lo sguardo, sornione, di due occhi nerissimi.
Il bimbo ti guarda, attento, come per dirti:
"Sono
qua, mi chiamo Mario!"
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